Swami Paramananda Citazioni sulla Morte
Solo chi ha una comprensione coordinata sia del visibile che dell’invisibile, della materia e dello spirito, dell’azione e di ciò che sta dietro l’azione, conquista la Natura e così vince la morte.
L’idea di ricompensa e punizione nasce anche da questa legge. Qualunque cosa seminiamo, dobbiamo raccoglierla. Non può essere altrimenti. [...] Se una persona passa tutta la vita pensando al male e facendo il male, allora per lei è inutile cercare felicità nell’aldilà; perché il nostro aldilà non è questione di caso, ma segue come reazione dell’azione presente. [...] Tuttavia non dobbiamo mai perdere di vista che tutte queste idee di ricompensa e punizione esistono nel regno della relatività o della finitezza. Nessuna anima può mai essere condannata eternamente a causa di azioni malvagie finite; perché causa ed effetto devono sempre essere uguali. Così possiamo vedere, con il nostro buon senso, che la teoria della perdizione eterna e del paradiso eterno è impossibile e illogica, poiché nessuna azione finita può produrre un risultato infinito. Dunque, secondo il Vedanta, lo scopo dell’umanità non è né il piacere né il dolore temporanei, ma la Mukti, la libertà assoluta; e ogni anima avanza consapevolmente o inconsapevolmente verso questo scopo attraverso le varie esperienze di vita e di morte.
L’aldilà non brilla per chi manca del potere di discernere e si lascia facilmente trascinare dal fascino degli oggetti fugaci. Come i bambini sono tentati dai giocattoli, così sono tentati dal piacere, dal potere, dal nome e dalla fama. Per loro queste sembrano essere le uniche realtà. Così, attaccati alle cose corruttibili, cadono molte volte sotto il dominio della morte. C’è una parte di noi che deve morire; c’è un’altra parte che non muore mai. Quando un uomo riesce a identificarsi con la sua natura immortale, che è una cosa sola con Dio, allora vince la morte.
I bambini (gli ignoranti) inseguono piaceri esterni; così cadono nella trappola diffusa della morte. Ma i saggi, conoscendo la natura dell’immortalità, non cercano il permanente tra le cose che passano.
Finché l’uomo è sopraffatto dall’oscurità dell’ignoranza, è schiavo della Natura e deve accettare ciò che accade come frutto dei suoi pensieri e delle sue azioni. Quando devia nel sentiero dell’irrealtà, i Saggi dichiarano che si distrugge: perché chi si aggrappa al corpo perituro e lo considera il proprio vero Sé deve sperimentare la morte molte volte.
