L’India dei secoli non è morta, né ha pronunciato l’ultima sua parola creativa; vive e ha ancora qualcosa da fare per sé e per i popoli umani. E ciò che ora deve cercare di risvegliarsi non è un popolo orientale anglicizzato, docile allievo dell’Occidente e destinato a ripetere il ciclo del successo e del fallimento dell’Occidente, ma l’antica Shakti, immemorabile, che recupera la sua più profonda identità, solleva il capo verso la fonte suprema di luce e forza e si volge a scoprire il significato completo e una forma più vasta del suo Dharma.
L’induismo… non si diede un nome, perché non si pose limiti settari; non rivendicò un’adesione universale, non affermò un’unica dottrina infallibile; non stabilì un’unica via o porta stretta di salvezza; era meno un credo o un culto che una tradizione continuamente in espansione dello sforzo della mente umana verso Dio. Un’immensa provvidenza multiforme, a molti livelli, per costruire e trovare se stessi spiritualmente, aveva il diritto di parlare di sé con l’unico nome che conosceva: la religione eterna, Sanatana Dharma.
C’è la mente fisica, meccanica; ma anche l’awareness, il carattere essenziale (dharma) della mente, è in qualche misura presente lì.