Non serve a nulla tracciare una linea e liquidare alcune persone come nemiche, anche se agiscono con violenza. Dobbiamo avvicinarle con amore nel cuore e fare del nostro meglio per aiutarle a muoversi verso la nonviolenza. Se lavoriamo per la pace partendo dall’ira, non riusciremo mai. La pace non è un fine: non può nascere con mezzi non pacifici.
Non considererei l’ira come qualcosa di estraneo che devo combattere. Devo trattare la mia ira con cura, con amore, con tenerezza, con nonviolenza.
Chiunque può praticare una qualche forma di nonviolenza, anche i soldati. Alcuni generali, per esempio, conducono le operazioni in modi che evitano di uccidere persone innocenti; questa è una forma di nonviolenza. Per aiutare i soldati a muoversi in direzione nonviolenta, dobbiamo essere in contatto con loro. Se dividiamo la realtà in due campi—i violenti e i nonviolenti—e stiamo in un campo attaccando l’altro, il mondo non avrà mai pace. Finiremo sempre per accusare e condannare coloro che riteniamo responsabili delle guerre e dell’ingiustizia sociale, senza riconoscere il grado di violenza che è in noi. Dobbiamo lavorare su noi stessi e anche con coloro che condanniamo, se vogliamo avere un impatto reale.