L’India è il luogo d’incontro delle religioni e, tra queste, l’induismo da solo è vasto e complesso: non tanto una religione, quanto una grande massa diversificata eppure sottilmente unificata di pensiero spirituale, realizzazione e aspirazione.
L’India ha visto fin dall’inizio—e perfino nelle sue età di ragione e nella sua epoca di crescente ignoranza—che la vita non può essere vista correttamente solo alla luce delle sue esteriorità, e non può essere vissuta perfettamente solo con la forza delle sue esteriorità.
L’India dei secoli non è morta, né ha pronunciato l’ultima sua parola creativa; vive e ha ancora qualcosa da fare per sé e per i popoli umani. E ciò che ora deve cercare di risvegliarsi non è un popolo orientale anglicizzato, docile allievo dell’Occidente e destinato a ripetere il ciclo del successo e del fallimento dell’Occidente, ma l’antica Shakti, immemorabile, che recupera la sua più profonda identità, solleva il capo verso la fonte suprema di luce e forza e si volge a scoprire il significato completo e una forma più vasta del suo Dharma.
La spiritualità è la chiave maestra della mente indiana. È questa inclinazione dominante dell’India che dà carattere a tutte le espressioni della sua cultura. In effetti, esse sono cresciute da quella sua naturale tendenza spirituale innata, da cui la religione è una fioritura spontanea. La mente indiana ha sempre compreso che il Supremo è l’Infinito e ha percepito che, per l’anima nella Natura, l’Infinito deve presentarsi sempre in una varietà infinita di aspetti.
Se l’India deve sopravvivere, deve tornare giovane. Bisogna versarle addosso correnti impetuose e traboccanti di energia; la sua anima deve diventare, come nei tempi antichi, come le ondate, vasto e potente, calma o turbolenta a piacere—un oceano di azione o di forza.
I veggenti dell’antica India, nelle loro sperimentazioni e nei loro sforzi di addestramento spirituale e nella conquista del corpo, hanno perfezionato una scoperta che, per importanza per il futuro della conoscenza umana, oscura le divinazioni di Newton e Galileo. E persino la scoperta del metodo induttivo e sperimentale in Scienza non fu più determinante.
Molti di noi, sopraffatti completamente dal Tamas, il demone oscuro e pesante dell’inerzia, dicono oggi che è impossibile: che l’India è decaduta, senza sangue e senza vita, troppo debole per riprendersi; che la nostra stirpe è destinata all’estinzione. È un’affermazione sciocca e oziosa. Nessun uomo o nazione deve essere debole, a meno che non lo scelga; nessun uomo o nazione deve perire, a meno che non scelga deliberatamente l’estinzione.
L’India dei secoli non è morta, né ha pronunciato l’ultima parola creativa; vive e ha ancora qualcosa da fare per sé e per i popoli umani.