Lo Zen non è un’arte speciale e fantasiosa di vivere. Il nostro insegnamento è semplicemente vivere, sempre nella realtà, nel suo significato esatto. Fare il nostro sforzo, momento dopo momento, è il nostro modo.
Se studi gli scritti dei mistici, troverai sempre in essi cose che sembrano paradossi, come nel caso dello Zen, in particolare.
Lo Zen è ovunque… ma per te, lo Zen è proprio qui.
Se la tua creatività nasce dal tuo silenzio, dal tuo Zen, dalle tue meditazioni, allora è autentica, originale. Se invece nasce solo come un’occupazione perché ti senti smarrito e non c’è nulla da fare—una lunga vacanza—allora inizi a fare qualcosa… Ma non è uscire dai tuoi silenzi: è uscire dalla tua mente folle.
Se vuoi studiare Zen, devi dimenticare tutte le tue idee precedenti e praticare soltanto zazen, osservando che tipo di esperienza hai nella pratica. Questa è naturalezza.
Il segreto dello Soto Zen sono solo due parole: non sempre così… In giapponese sono due parole, in inglese tre. Questo è il segreto della nostra pratica.
Lo Zen è davvero straordinariamente semplice, finché non provi a renderlo “carino” o a girarci intorno! Lo Zen è semplicemente la sensazione e la chiara comprensione… che dietro la molteplicità di eventi e creature in questo universo c’è una sola energia—e appare come te, e tutto è essa. La pratica dello Zen è comprendere quella singola energia, così da “sentirla nelle ossa”.
Nello Zen, la povertà è volontaria e non è davvero considerata povertà, ma piuttosto semplicità, libertà, assenza di ingombro.
Lo zen non è una specie di eccitazione, ma concentrazione sulla nostra consueta routine quotidiana.
In sostanza, il Satori è un’esperienza improvvisa; spesso viene descritta come un “capovolgimento” della mente, come quando due bilance si ribaltano all’improvviso perché in un piatto è stata versata una quantità sufficiente di materia da superare il peso dell’altro. Perciò è un’esperienza che in genere avviene dopo un lungo e concentrato sforzo per scoprire il significato dello Zen.
Sebbene l’esperienza zen sia, in modo profondamente “inconcludente”, priva di peso in sé, essa ha conseguenze: può essere applicata in ogni direzione, in ogni attività umana immaginabile, e ovunque venga applicata conferisce al lavoro una qualità inconfondibile.
La pratica della mente zen è la mente del principiante. L’innocenza della prima indagine—“chi sono io?”—è necessaria per tutta la pratica zen. La mente del principiante è vuota, libera dalle abitudini dell’esperto, pronta ad accogliere, a dubitare e ad aprirsi a tutte le possibilità. È una mente capace di vedere le cose come sono, che passo dopo passo e in un lampo può realizzare la natura originaria di ogni cosa.
Lo Zen è una via di liberazione: non si occupa di scoprire ciò che è buono o cattivo o vantaggioso, ma ciò che è.
Coloro che siedono perfettamente con il corpo di solito impiegano più tempo per ottenere la vera via dello Zen.
Non pensare a nulla è zen. Una volta che lo sai, camminare, stare in piedi, sedersi o sdraiarsi—tutto ciò che fai è zen. Conoscere che la mente è vuota è vedere il Buddha… Usare la mente per la realtà è illusione. Non usare la mente per cercare la realtà è consapevolezza. Liberarsi dalle parole è liberazione.
Se comprendi la vera pratica, allora il tiro con l’arco o altre attività possono essere zen. Se non comprendi come praticare il tiro con l’arco nel suo vero senso, allora, anche se ti eserciti duramente, ciò che ottieni è solo tecnica. Non ti aiuterà fino in fondo. Forse puoi colpire il bersaglio senza sforzo, ma senza arco e frecce non puoi fare nulla. Se comprendi il punto della pratica, allora anche senza arco e frecce il tiro con l’arco ti aiuterà. Da dove viene quel tipo di forza o capacità? Solo dalla giusta pratica.
Ma la trasformazione della coscienza intrapresa nel Taoismo e nello Zen è più simile alla correzione di una percezione difettosa o alla cura di una malattia. Non è un processo di acquisizione, imparare sempre più fatti o sviluppare abilità sempre maggiori, ma piuttosto un disimparare abitudini e opinioni sbagliate. Come disse Lao-tzu: «Lo studioso guadagna ogni giorno, ma il taoista perde ogni giorno».
Nella vita come nell’arte, lo Zen non spreca mai energia nel fermarsi a spiegare; indica soltanto.
Lo Zen è una liberazione dal tempo. Perché, se apriamo gli occhi e vediamo chiaramente, diventa evidente che non esiste altro tempo se non questo istante, e che passato e futuro sono astrazioni senza alcuna realtà concreta.
Questo è ciò che lo Zen intende per distacco: non essere senza emozione o senza sentimento, ma essere uno in cui il sentimento non si attacca né resta bloccato, e attraverso cui le esperienze del mondo passano come riflessi di uccelli che volano sull’acqua.
Lo Zen è onnicomprensivo. Non nega mai, non dice mai di no a nulla; accetta tutto e lo trasforma in una realtà più alta.
La vita dello Zen comincia dunque con una disillusione nella ricerca di obiettivi che in realtà non esistono: il bene senza il male, l’appagamento di un sé che non è che un’idea, e il domani che non arriva mai.
La gente dice che praticare lo Zen è difficile, ma c’è un equivoco sul perché. Non è difficile perché sia arduo sedersi nella posizione a gambe incrociate o raggiungere l’illuminazione. È difficile perché è arduo mantenere la mente pura e la pratica pura, nel suo senso fondamentale.
Per gli studenti Zen, un’erbaccia è un tesoro. Con questo atteggiamento, qualunque cosa tu faccia, la vita diventa un’arte.
Ho vissuto con diversi maestri Zen: tutti erano gatti.